Immagine: Archivio di Silvio Cruschina.

Dal dialogo all’odio: il potere delle domande

                                                                                                                Testo: Silvio Cruschina

 

Nel mio intervento “Dal dialogo all’odio: come le domande costruiscono (o distruggono) la cooperazione”, il 29 gennaio 2026 alla SDA di Helsinki-Helsingfors ry, ho invitato il pubblico a riflettere su qualcosa che usiamo ogni giorno, spesso senza pensarci troppo: le domande. È proprio da lì, dalle domande, che comincia o si interrompe il dialogo.

Le domande sono alla base di ogni conversazione. Servono sicuramente a ottenere informazioni, ma anche a regolare l’interazione, a mostrare interesse e a costruire conoscenza insieme agli altri. In questo senso, sono l’anima del dialogo: attraverso le domande riconosciamo l’altro come interlocutore e gli diamo uno spazio nella conversazione. Allo stesso tempo, però, non tutte le domande nascono con buone intenzioni. Alcune non servono a capire, ma a provocare, a mettere in difficoltà o a esercitare potere.

Un passaggio centrale della mia riflessione riguarda il legame tra domande e cortesia. Studi di linguistica pragmatica mostrano che essere cortesi non significa solo “essere gentili”, ma soprattutto non imporre, lasciare delle alternative e far sentire bene l’interlocutore. Le domande svolgono un ruolo fondamentale proprio perché permettono di evitare ordini diretti: chiedere “Puoi chiudere la finestra?” non è la stessa cosa che dire “Chiudi la finestra!”. In più, fare domande personali leggere, se adeguate al contesto culturale, segnala attenzione, interesse e rispetto. In questo senso, le domande sono uno strumento tipico di quella che viene chiamata cortesia positiva, perché rafforzano le relazioni e favoriscono la cooperazione.

Da qui sono passato a una riflessione più generale sulla cooperazione nella comunicazione. Secondo il linguista Paul Grice, comunicare significa collaborare: quando parliamo, diamo per scontato che l’altro voglia capire e che noi vogliamo essere capiti. Le domande incarnano perfettamente questa idea, perché guidano lo scambio e rendono chiaro lo scopo dell’interazione. Ma non sempre va così. Accanto alle domande genuine, che cercano davvero una risposta, esistono domande retoriche, suggestive o manipolative, che non aprono il dialogo ma lo chiudono.

È proprio in questi casi che la cooperazione si rompe. Le domande possono trasformarsi in accuse mascherate, soprattutto nei dibattiti pubblici e online. Qui il dialogo diventa un “falso dialogo” e la comunicazione può scivolare verso forme di linguaggio d’odio. Spesso l’odio non nasce da frasi apertamente violente, ma da domande che rendono non negoziabili giudizi e stereotipi, disumanizzando l’altro poco alla volta.

Nella parte finale dell’intervento ho presentato uno studio empirico, condotto insieme a Valentina Bianchi, basato sull’analisi di commenti raccolti da Facebook e Reddit (lo studio è disponibile liberamente su questa pagina). Abbiamo osservato i diversi tipi di domande presenti nelle discussioni come indicatore del grado di cooperazione. I risultati sono molto chiari: nei contesti in cui prevalgono le domande retoriche, aumenta anche il linguaggio offensivo; al contrario, dove troviamo più domande genuine con risposta, l’odio è molto meno presente o addirittura assente. Non è solo una questione di argomento o di piattaforma, ma delle caratteristiche del contesto comunicativo.

La conclusione è semplice, ma fondamentale: le domande sono una forma di cura. Chiedere con attenzione significa riconoscere l’altro come interlocutore, non come avversario. Se impariamo a fare domande migliori, possiamo capire di più, cooperare meglio e forse ridurre un po’ l’odio, sia nelle interazioni quotidiane sia negli spazi digitali. In fondo, il dialogo vero comincia sempre da una buona domanda.

Valokuva Silvio Cruschina

Silvio Cruschina

Professore ordinario di lingua italiana

Università di Helsinki

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Redazione: Sini Sovijärvi